Vino “alcol ridotto”. Seriamente?

Vino “alcol ridotto”. Seriamente?

Se le voci riportate da varie fonti si riveleranno fondate, preparatevi a una novità che farà storcere il naso a molti.

Si potrà usare il termine “alcohol-free” unitamente alla dicitura “0.0%” nel caso in cui il vino non superi il grado alcolometrico di 0.05% vol.

Ma qui viene il bello: secondo l’orientamento del Parlamento Europeo, i vini con gradazione pari o superiore a 0,5% vol. e dealcolizzati almeno del 30% rispetto alla categoria originaria dovranno portare in etichetta la scritta “alcohol reduced” – ovvero “ridotto tenore alcolico”.

Fantastico, no? È un po’ come dire: “Abbiamo tolto qualcosa al vino!”

Non serve essere un semiologo per capire che “ridotto” non è esattamente un complimento. Se cercate sul dizionario, difficilmente troverete accezioni lusinghiere. Ridotto a mal partito, ridotto male, ridotto al lumicino… insomma, avete capito.

Il caffè decaffeinato non è un “caffè ridotto”

Pensateci: quando ordinate un decaffeinato al bar, non state bevendo un “caffè ridotto” – state semplicemente scegliendo un decaffeinato. Fine della storia. Nessuno si sente in difetto, nessuno si scusa.

La scena al ristorante

Immaginate la faccia del cliente quando il cameriere, con tutto l’entusiasmo del mondo, propone: “Abbiamo un’ottima selezione di vini alcol ridotti!”

Silenzio imbarazzato.

“Ridotti… di cosa? Di qualità? Di sapore? Di dignità?”

I professionisti dell’Ho.Re.Ca – ristoratori, baristi, sommelier – devono vendere questi vini, raccontarli, valorizzarli. E invece si ritrovano con un termine che metterà sulla difensiva sia loro che i clienti.

Il problema pratico

Va bene, magari “alcohol reduced” funzionerà nei documenti tecnici e nelle circolari europee (dove nessun essere umano normale andrà mai a leggerle). Ma poi? Etichette, menù, post sui social, degustazioni, presentazioni… ogni volta bisognerà spiegare, giustificare, rassicurare che “ridotto” non significa “peggiore”.

“Low Alcohol” era già lì, pronto all’uso

“Low Alcohol” – letteralmente “basso contenuto alcolico” – suonava già bene! È chiaro, positivo, diretto. Lo usano già per birre e altre bevande. Perché non mantenerlo anche per il vino?

Misteri della burocrazia europea!

Evidentemente a Bruxelles hanno pensato: “Abbiamo una definizione “Low alcol già rodata e comprensibile? Perfetto, cambiamola con qualcosa di più “inconsueto” da spiegare!”

Pubblicato da Gusto&Innovazione

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